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martedì 21 luglio 2026

Incontri virtuali: Corinna Verniani

Dieci anni fa in un programma tv c'era stato l'intervento di Corinna Verniani madre di una bambina di sei anni che, per ragioni mediche, non aveva potuto completare le vaccinazioni. Nella scuola del paese c'erano diversi bambini non vaccinati e Corinna, per diminuire i rischi, aveva scelto di portare la figlia in un'altra scuola. Corinna ricordava quindi l'importanza di vaccinare i figli per proteggere loro e anche per proteggere i compagni più fragili. Aveva tutte le ragioni e le sapeva esprimere con chiarezza, con toni giustamente decisi ma sempre gentili. Per questo mi è rimasta in mente (ammissione numero 1: ok, anche perché, oltre all'intelligenza, pure la bellezza era notevole).


 

Corinna Verniani è consigliera comunale di Greve in Chianti

 

Qualche giorno fa stavo seguendo un thread su Facebook e vedo il nome Corinna Verniani. Il suo post era in realtà semplicemente un post scherzoso con una serie di asterischi, ma, dopo aver appurato che fosse proprio la Corinna Verniani di cui dicevo (ammissione numero 2: sono andato a guardare il profilo per accertarmene), ho deciso che a lei il like lo mettevo a prescindere.

 

 

 

 PS: E' stata pure gentile e spiritosa nel rispondermi! ;)

 

mercoledì 1 aprile 2026

I grandi carnivori d'Italia: intervista a Jessica Peruzzo

Seguendo Jessica Peruzzo su Facebook ho apprezzato la sua abilità come fotografa, le sue competenze come naturalista e la sua capacità di divulgazione. Dopo aver letto anche il suo libro sui grandi carnivori presenti in Italia, ho pensato che era proprio il caso di intervistarla.

Ciao Jessica. Vuoi presentarti ai lettori del blog?

Sono Jessica Peruzzo, fotografa naturalista e divulgatrice scientifica per passione, laureata in Gestione del Territorio e dell'Ambiente. Nella vita mi occupo di comunicazione, ma da anni affianco a questo lavoro lo studio del rapporto tra uomo e fauna selvatica, un tema che mi sta particolarmente a cuore.
Il mio interesse si concentra soprattutto sulla cosiddetta Human Dimension of Wildlife, ovvero quella branca di studi che analizza percezioni, paure e aspettative delle persone nei confronti della natura, in particolare del ritorno dei grandi predatori.
Ho raccontato questi temi nei miei libri: “I grandi carnivori d’Italia” (2025), edito da Ricca Editore, e “Il ritorno del lupo sulle montagne vicentine”, una ricerca specifica sul mio territorio nata dalla mia tesi di laurea magistrale. Col mio impegno di divulgatrice cerco di fare da ponte tra il mondo scientifico e il pubblico, rendendo accessibili argomenti spesso complessi ma fondamentali per il futuro della coesistenza tra uomo e natura.

Ci parli della tua attività di fotografa naturalista?

Per me la fotografia naturalistica è prima di tutto uno strumento di conoscenza. Non si tratta solo di “fare belle foto”, ma di entrare davvero in contatto con l’ambiente naturale.
Passo molte ore sul campo: a cercare animali, a controllare fototrappole, a interpretare tracce, a leggere segni di presenza. È un lavoro fatto di pazienza, osservazione e anche di attese lunghe e silenziose. Tutto questo mi permette di osservare la vera “realtà selvatica”, senza filtri.
La fotografia, quindi, diventa una testimonianza: racconta la complessità degli ecosistemi, il loro cambiamento e mostra al grande pubblico animali che altrimenti resterebbero sconosciuti. Il mio mantra è «Si ama ciò che si conosce, si protegge ciò che si ama»: è per questo motivo che cerco in ogni modo di farla conoscere in ogni sua sfaccettatura.

Quali sono gli animali che più ti affascinano?

In realtà mi affascinano un po’ tutti gli animali: ogni specie ha qualcosa da raccontare e osservandola si scoprono dinamiche e adattamenti sorprendenti.
Sicuramente i grandi carnivori occupano un posto speciale nel mio percorso di studio e divulgazione, ma parallelamente ho una grande passione per l'avifauna, che amo osservare e studiare sul campo.
In particolare, la specie a cui sono più legata è il merlo acquaiolo. È l’uccello che, anni fa, mi ha letteralmente fatta svoltare: grazie a lui mi sono avvicinata al birdwatching, poi alla fotografia naturalistica e, passo dopo passo, anche alla divulgazione scientifica.
È una specie discreta ma straordinaria, capace di vivere lungo i torrenti e di immergersi "nuotando" controcorrente: in un certo senso rappresenta perfettamente ciò che cerco nella natura, qualcosa di autentico, poco evidente, ma profondamente affascinante.


Il merlo acquaiolo (Cinclus cinclus) compare anche nella "firma" delle foto di Jessica.

 
Nel tuo libro sostieni che non si deve prestare ascolto all’allarmismo, ma neppure fare una “idealizzazione disneyana”.


È uno dei punti centrali del mio lavoro. Entrambe queste visioni sono distorsioni della realtà e, di fatto, ostacolano una coesistenza equilibrata. L’allarmismo genera paure irrazionali, che possono sfociare in atteggiamenti ostili, episodi di bracconaggio o decisioni politiche basate sull’emotività anziché sui dati scientifici.
Dall’altra parte, l’idealizzazione “disneyana” semplifica eccessivamente la natura: dimentica che stiamo parlando di animali selvatici, predatori, e ignora le difficoltà concrete di chi vive e lavora in montagna, come gli allevatori.
La chiave sta nella conoscenza: riconoscere il ruolo fondamentale di questi animali negli ecosistemi, ma anche la necessità di una gestione attenta, fatta di compromessi e responsabilità.

Parliamo dei protagonisti del tuo libro. Partiamo con l'orso.

L’orso bruno è un animale molto diverso da come viene spesso immaginato: è un onnivoro opportunista (anche se a livello tassonomico rientra nell'ordine dei Carnivori) e la sua dieta è composta per circa l’80% da vegetali.
Si tratta di un animale che ha rischiato di estinguersi sulle Alpi, salvato in extremis dal rinforzo numerico della popolazione tramite il progetto "Life Ursus", che ha reintrodotto orsi prelevandoli dalla vicina Slovenia, con cui fino a un secolo fa gli orsi alpini erano in continuità territoriale e genetica.
Gli orsi sono animali molto schivi, ma le femmine possono essere molto protettive nei confronti della loro prole: è per questo motivo che è indispensabile sapere come comportarsi in caso di incontro ravvicinato. A questo ho dato molto spazio nel mio libro, perché è cruciale che più persone possibili siano informate per evitare questi incontri potenzialmente pericolosi. La percezione del rischio rispetto a questi animali è altissima, molto più alta del rischio reale (è più facile essere attaccati da un camoscio piuttosto che da un orso), tuttavia questo non deve esimerci dal formare correttamente le persone che frequentano zone di presenza di orso bruno. Lo stesso vale per gli orsi marsicani, presenti sull'Appennino e sempre più a rischio di estinzione: ne restano solo una cinquantina e, a causa dei bassi numeri, stanno andando incontro a problematiche legate alla consanguineità.


Passiamo al lupo.

Il lupo in Italia è tornato spontaneamente, senza reintroduzioni da parte dell'uomo. Questo è un punto importante, perché spessissimo circolano informazioni errate al riguardo. Si tratta semplicemente di una ricolonizzazione in seguito alla protezione legale e altri fattori ecologici e sociali, come lo spopolamento delle montagne avvenuto nel dopoguerra e il ritorno degli ungulati dopo la loro decimazione.
È un animale sociale, che vive in branchi familiari composti da una coppia riproduttiva e dai suoi figli. Ha un ruolo ecologico fondamentale, contribuendo a controllare numericamente le popolazioni di ungulati.
Non considera l’uomo una preda. Tuttavia, per una coesistenza sicura, è essenziale adottare comportamenti corretti, ad esempio non alimentarlo mai e tenere i cani al guinzaglio per evitare possibili incontri.



Una presenza poco conosciuta: lo sciacallo dorato.


È il “nuovo arrivato” della fauna italiana, anche se in realtà è presente da anni: si tratta di un mesocarnivoro in espansione naturale dai Balcani, quindi è un animale autoctono a tutti gli effetti . Pesa circa 10-15 kg, quindi è più grande di una volpe ma più piccolo di un lupo. Ha un ruolo ecologico molto importante, esattamente come tutti i predatori, perché si nutre anche di carogne e piccoli animali, contribuendo a "mantenere pulito" l’ambiente.
È particolarmente interessante dal punto di vista della Human Dimension, perché molti italiani non sanno nemmeno della sua esistenza: un esempio perfetto di come la percezione pubblica possa essere molto distante dalla realtà ecologica.

L'elusiva lince.

La lince eurasiatica è il mammifero più raro d’Italia e il felino più grande d’Europa. Anch'esso ha rasentato l'estinzione in Europa per cause umane ed è stata reintrodotta in Italia in diverse occasioni, con diversi esiti. Al contrario degli altri grandi carnivori, si può nutrire esclusivamente di carne. È un predatore solitario e altamente specializzato, che necessita di ambienti forestali estesi e ben strutturati per cacciare all’agguato. Proprio per queste esigenze ecologiche così specifiche, soffre molto la frammentazione e la modificazione  degli habitat. Sulle Alpi italiane sono stimati 10-20 individui, concentrati perlopiù nella zona di Tarvisio, oltre a qualche raro individuo in arrivo dalla Svizzera.


Qualunque sia la temperatura, sempre alla ricerca di animali da fotografare

 

Nel libro, oltre a descrivere gli animali con grande competenza zoologica, dai spazio anche a leggende e voci che accompagnano queste creature. Nelle tue scorribande in cerca di animali da fotografare, hai sentito raccontare qualcosa di particolarmente curioso?

Le cosiddette “leggende da bar” sono infinite e spesso più difficili da sradicare, nonostante i dati scientifici.
Una delle più curiose riguarda i presunti rilasci di lupi tramite elicotteri o camion, a volte con riferimenti ironici a esperti del settore, come se qualcuno li trasportasse in giro per l’Italia. Perfino io sono stata accusata di aver reintrodotto i lupi! Sono racconti che nascono dal bisogno umano di trovare una spiegazione semplice a fenomeni complessi, come il ritorno naturale di una specie.
Tra le esperienze personali, invece, una delle più emozionanti è stata un incontro ravvicinato nel bosco con un branco che stavo monitorando, seguito dal coro di ululati. In momenti così ti senti piccolo, ma allo stesso tempo profondamente connesso a qualcosa di antico, a un equilibrio naturale che esiste da molto prima di noi.

Grazie a Jessica per l'intervista e le foto.


mercoledì 3 luglio 2024

Football in bikini: intervista a Jess Moreno

Jess Moreno (nome completo Jessica Araceli Moreno Vargas) è una giocatrice delle Blue Pats di Città del Messico che hanno vinto quest'anno il campionato primaverile di football americano in bikini della Lofax. Ho avuto il piacere di fare un'intervista alla brava e bella Jess.

Ciao, campionessa. Vuoi presentarti ai lettori del blog?

Sono Jess Moreno, ho 33 anni, ho giocato per cinque anni football equipado, quattro quando era una ragazzina (dai 10 ai 14 anni) e in seguito uno solo con le Jets di Città del Messico, e per sei anni football in bikini. Ho giocato come wide receiver, quarterback e running back e il mio forte in difesa sono le posizioni di free safety e cornerback.

Come hai conosciuto il football in bikini?

Con l'invito a un tryout (provino) per una partita di esibizione. Poi mi sono unita a una squadra chiamata Centinels e poi è nato il progetto All Blacks. La stessa squadra è passata poi al nome Pats Azul / Blue Pats, all'interno del club Pats Coapa.


Jessica nella partita di esibizione organizzata dalla DLFL tra due squadre
chiamate Athenas (per le quali ha giocato) e Dzivas, 3 febbraio 2018

Cosa ti piace in particolare del football americano?

Credo fermamente che lo sport ti forma come persona, rinforza i valori che ci insegnano a casa. Ma il football americano non insegna solo questo: fisicamente ci mostra che possiamo fare di più per il nostro corpo, mentalmente ci stende, ci insegna che l'errore di una sola va a danno di tutte e ci insegna a lavorare in squadra.

Jess sorridente per la vittoria nella semifinale del campionato
primaverile del 2018 della Limfa delle sue Centinels di Città
del Messico contro le Angels di Guadalajara

Parlaci della vittoria del campionato con le Blue Pats.

Questa vittoria era davvero molto attesa e credo non solo per noi (la squadra), ma anche per i molti tifosi, dato che eravamo già sulla buona strada per vincere il campionato. Ora siamo molto felici per il trofeo e per il lavoro che abbiamo fatto per arrivarci, ma sappiamo che il successo è passeggero e che dobbiamo continuare a lavorare per mantenerci così.

Jess con la divisa delle Blue Pats

Pratichi o hai praticato altri sport?

Ho giocato a pallavolo e ho praticato kickboxing, anche se più come mezzo di difesa personale.

Chi è la tua sportiva preferita?

Nel football americano è Ana Garza: è stata la prima messicana ad arrivare a giocare football in bikini a livello professionale negli USA e la ammiro molto. Negli altri sport ammiro molto Serena Williams.

Jessica Moreno e Ana Garza

Cosa ti piace fare, oltre a giocare a football?

Viaggiare, andare in palestra, vedere film e suonare la chitarra acustica.

Vuoi aggiungere qualcosa a quanto abbiamo detto?

Mi farebbe molto piacere essere d'ispirazione per avere più donne in questa modalità del football americano. C'è molto talento in Messico. Mi piacerebbe che, invece di avere molte leghe, se ne facesse una sola, senza dover favorire gli amministratori di queste organizzazioni o club. Mi piacerebbe che puntassero veramente sul talento e sulle opportunità che possono darci per crescere dal punto di vista sportivo. E apprezzo molto che tu ci prenda in considerazione e, a nome dellla squadra, speriamo di comparire presto in altri articoli e che il tuo blog abbia un grande successo. Grazie mille!

Grazie a te, Jess!

Jess in azione con le Centinels nella finale del torneo primaverile
2018 della Limfa e in posa con la divisa delle Pats Azul







lunedì 24 giugno 2024

Football in bikini: intervista a Paola Gómez

Paola Gómez (nome completo: Dana Paola Romero Gómez) è una giocatrice delle Blue Pats di Città del Messico che hanno vinto il campionato primaverile 2024 della Lofax, una lega messicana di football americano femminile in bikini. Andiamo a conoscere, con l'intervista che le ho fatto, questa ragazza dotata di talento sportivo e (come si nota dalle foto) di notevole bellezza.

 
Paola Gómez con la divisa delle Blue Pats

Ciao, campionessa. Vuoi presentarti ai lettori del blog?

Ciao. Mi chiamo Paola Gómez, numero 24 della squadra delle Blue Pats. Ora sono più conosciuta come Fury. Ho 21 anni. Sono un'estetista, professionista nel campo della bellezza.

Cosa ti piace del football americano?

Anche se sono molto femminile, mi piacciono molto i placcaggi e lo scaricare lo stress in campo. Mi piacciono le corse e i passaggi, ma soprattutto i placcaggi.

 
Paola, in forza alle Red Fury, impegnata nel placcaggio di una
giocatrice delle Blue Pats, squadra in cui andrà poi a giocare,
in una partita del campionato primaverile 2022 della LFM.


Come hai cominciato a giocare a football?

Mio papà è allenatore di football con più di trent'anni di esperienza. Ho cominciato con il football equipado (ndr: ovvero con le protezioni tipiche di questo sport) in una squadra che si chiamava Capitanas e giocava nel campo Deportivo Venustiano Carranza. Ho fatto tre anni di equipado giocando come cornerback, wide receiver e quarterback. Quando ho compiuto 18 anni ho giocato per la prima volta il football in bikini perché per giocare in questa modalità si deve essere maggiorenni.

Cosa ti è piaciuto del football in bikini?

Ho scoperto che era la modalità per me e ho deciso che l'avrei giocato perché sapevo che avrei potuto essere dura, ma nello stesso tempo femminile e sexy: quello che ogni ragazza che ama il football americano equipado vuole.


Paola con la divisa delle Steelers

Parlaci della tua carriera nel football in bikini.

Il mio primo campionato di football in bikini l'ho giocato con una squadra chiamata Steelers, che giocava al Deportivo de los Galeana, nel ruolo di cornerback.
Poi ho giocato per due anni nella mia seconda squadra, le Red Fury (ndr: nuovo nome assunto a partire dall'inizio del 2022 dalle Steelers): una grande squadra nella quale ho fatto un po' più di esperienza in questa modalità e ho giocato come runningback, wide receiver e cornerback.
Ora la mia squadra sono le Blue Pats. Ho partecipato a tre campionati con loro nella lega Lofax Lingerie. E' qui che ho imparato a prendere la posizione e la crescita come giocatrice ha cambiato moltissimo. Qui ho giocato wide receiver, cornerback e free safety. Questa squadra è la più disciplinata in cui sono stata e quella in cui è stato più duro stare allo stesso livello di gioco delle mie compagne che avevano più esperienza. Però adoro essere una Blue.

Paola con le Red Fury

Con le Steelers / Red Fury hai raggiunto due volte la finale. Mancava però la vittoria che è arrivata con le Blue Pats.

La vittoria delle Blue Pats non è stata per niente facile ed è costata molti anni di impegno dei miei allenatori e delle mie compagne veterane presenti sin dalla fondazione della squadra. Anni di apprendimento, di sconfitte e tristezze. Ma è valsa la pena di tutto, di ogni lacrima, goccia di sudore e botta. Questo campionato è stata la miglior ricompensa: una stagione da campionesse senza sconfitte con le mie Blue.

Paola con il trofeo del campionato primaverile
del 2024 della Lofax (foto di Lilieths Hernández)
 
 
Pratichi altri sport?

Non gioco in altri sport perché nessuno mi riempie e mi aiuta come il football americano, neppure il flag football.

Chi è la tua atleta preferita?

Non c'è una sportiva che seguo in verità. Non mi interessa molto seguire una figura pubblica dello sport. Se dovessi dire un nome sarebbe Patrick Mahomes, il quarterback dei Kansas City Chiefs.

Vuoi aggiungere qualcosa in conclusione di questa intervista?

Questo è un po' della mia storia sportiva: grazie per avermi ascoltato. E un consiglio a tutte le ragazze che vogliono giocare a football americano o alla versione in bikini: “Se fosse facile, lo giocherebbe chiunque”. Se a loro piace qualcosa, lo facciano e che niente e nessuno le fermi, sognino in grande e i loro sogni diventino realtà, come un campionato vinto o una grande famiglia: come le mie Blue.


Foto dall'account Facebook di Paola Gómez.

mercoledì 17 aprile 2024

Salvare gli animali: intervista a Giulia Corsini

Giulia Corsini, veterinaria di professione, ha scritto un bel libro nel quale affronta, con passione, competenza e acume da debunker, vari temi legati al mondo degli animali. Il titolo è Salvare gli animali ed è stato pubblicato nel febbraio del 2024 da Utet. Ho fatto qualche domanda a Giulia.

Giulia con la sua gatta Pratolina

Mi sembra che un leitmotiv del tuo libro sia che per “salvare gli animali” bisogna, per cominciare, conoscerli, per le cure veterinarie, ma non solo. Un approccio emotivo non appoggiato sulla conoscenza dell'animale e del contesto può avere anche effetti negativi, come nel caso di chi, con l'idea di “salvare” lo scoiattolo grigio mette in realtà a rischio lo scoiattolo rosso.

Esatto: il mio libro sottolinea l'importanza di una conoscenza approfondita, senza certo sottovalutare l’importanza dell'emozione. Voglio sottolineare che l’emozione in una qualche misura è sempre “la molla”, è cruciale tuttavia non fermarsi a questa prima spinta emotiva ma sfruttarla, piuttosto, per procedere verso un'analisi approfondita della situazione. Si può dire dunque che se l’emozione è la spinta, la ragione dà la direzione. Ciò implica riconoscere e affrontare la complessità delle situazioni in cui le nostre azioni hanno luogo, avere il coraggio di affrontare la realtà con tutte le sue difficili implicazioni, le sue scomode verità, e le sue scelte difficili, soprattutto quando queste coinvolgono dilemmi ecologici o etici, come decidere se proteggere scoiattolo rosso nativo o lo scoiattolo grigio invasore che ne minaccia la sopravvivenza.


 Uno dei casi più complessi è quello del lupo. Come conciliare la conservazione della specie con la tutela del bestiame (e anche delle persone: per quanto gli attacchi di lupi a umani siano poco probabili, non sono impossibili)?

La questione della convivenza tra lupi, bestiame e umani è una delle sfide più complesse in tema di conservazione delle specie e gestione del territorio. Le strategie di gestione spesso si basano su un equilibrio precario e, talvolta, su un compromesso imposto principalmente dalle esigenze e dalle percezioni di chi non vive al momento direttamente il problema, ovvero le popolazioni urbane, che sono la maggioranza. Per questo ho portato il punto di vista di un allevatore il cui prezioso cane è stato ucciso da un lupo.
Certo, anche  la sensibilizzazione e l'educazione delle comunità locali riguardo al comportamento dei lupi e le strategie di coesistenza pacifica sono fondamentali, ma sarebbe anche necessario rimuovere gli individui confidenti.
La crescita della popolazione dei grandi predatori e i loro crescenti movimenti verso aree più urbanizzate suggeriscono una possibile revisione delle probabilità di interazioni — e talvolta conflitti — con gli esseri umani: a seguito dell’aumento di rischi e incidenti in ambito urbano, cambierà la sensibilità e l’approccio al problema.

Giulia con il suo gatto Hopek e un coniglio

Nel libro parli anche di conservazione delle razze domestiche caratteristiche delle varie zone, anche quando sono diventate poco convenienti dal punto di vista produttivo. Ritieni che siano comunque da mantenere in esistenza? E come si può fare, se gli allevatori hanno intenzione di puntare su razze più produttive?

Sicuramente esiste un aspetto che viene già menzionato nel libro, ovvero gli sforzi di mantenere la biodiversità zootecnica e in particolare queste razze rustiche autoctone non è soltanto una questione di preservazione culturale o ecologica, ma si configura, strategicamente, come un vero e proprio "piano di back-up". In un'epoca caratterizzata da incertezze globali, tra cui le fluttuazioni economiche e le crisi ecologiche, l'idea di affidarsi esclusivamente a razze super produttive, che pur offrendo alti rendimenti sono estremamente delicate e dipendenti da interventi umani intensivi, potrebbe rivelarsi a lungo termine una strategia rischiosa. L'importanza di preservare tali razze diventa ancora più evidente in un mondo globalizzato, dove la diffusione di pandemie e altre crisi sanitarie può essere accelerata proprio dalla mancanza di diversità genetica.

Un esemplare della razza suina Mora romagnola

Un caso diverso può essere quello di alcune razze di cani. Nel libro tu ricordi che alcune razze di cani a muso corto hanno problemi di respirazione. Di recente un articolo del “Guardian” ha riferito un appello (peraltro non nuovo) a non scegliere cani con questa caratteristica per contribuire a una riduzione dell'allevamento e commercio. Cosa ne pensi?

Qui nel Regno Unito da alcuni anni noi veterinari sosteniamo  intense campagne di sensibilizzazione.
I problemi di salute di queste razze a muso corto sono molti. Innegabili i problemi di respirazione, poiché hanno una ridondanza di tessuti molli mentre il cranio è piccolo. Quindi abbiamo palato molle lungo, narici strette, tutto ingombra il passaggio d’aria. I cani quando devono disperdere calore, a differenza nostra che sudiamo, ansimano. Immagina uno di questi animali nello sforzo immenso che fa per ansimare,  finisce invece per produrre più calore. Quindi vedo spesso questo genere di animali in emergenza, vuoi per colpi di calore estivi, vuoi per polmonite ab ingestis. Poi ci sono le ulcere corneali, perché hanno gli occhi sporgenti. Le dermatiti tra le pieghe della pelle. Poi ci sono problemi ortopedici, spinali. Insomma, sono cani fatti male.
Esiste tuttavia qualcosa di più profondo che si riflette nelle forme e nell'estetico: le caratteristiche neoteniche del brachicefalo (ovvero quelle che ricordano l'infante umano) stimolano in noi il desiderio di proteggere, il Nobel ed etologo Konrad Lorenz scriveva che “gli esseri umani provano un particolare affetto per animali dagli aspetti infantili: occhi grossi e tondi, un piccolo viso rispetto al cranio grande, la mascella poco sviluppata”. In questo contesto, ho dedicato un intero capitolo ai cani brachicefalici, iniziando dal profondo affetto che i loro proprietari provano per loro, per poi passare ad un'analisi più critica basata sulle mie conoscenze cliniche veterinarie.
Nel Regno Unito il fenomeno dei cani cosiddetti brachicefali (a muso corto) ha avuto un calo sensibile nell’ultimo anno. Penso dunque che stiamo andando nella giusta direzione, e che bisogna continuare a sensibilizzare. In futuro si potrebbe considerare l'eliminazione di tali razze, ma forse è una soluzione troppo radicale. Forse un’altra strategia più equilibrata potrebbe essere quella di spingere per una maggiore revisione degli standard di razza, promuovendo individui sani con forme anatomiche funzionali, combattendo seriamente il fenomeno del “backyard breeding” ovvero quello degli allevatori illegali, che vendono i cuccioli senza pedigree, e quindi non sono sottoposti ad alcun tipo di controllo.

Giulia in abiti da lavoro.

Un tema che accende molti animi: la sperimentazione animale.

Nel mio libro esploro un ambito piuttosto atipico della sperimentazione animale, che include studi su bombi, api, pulcini e pesci arcieri e zebrati. Il laboratorio del professor Vallortigara, dove ho avuto l'opportunità di osservare queste ricerche, si dedica principalmente allo studio della mente animale. In particolare, una delle linee di indagine si concentra su quello che potrebbe essere considerato l'a priori kantiano nel contesto cognitivo degli animali: strutture preesistenti che regolano il processo cognitivo. Questo suggerisce che la mente, sia animale che umana, non è una tabula rasa alla nascita; piuttosto, l'apprendimento tramite esperienza avviene solo perché il sistema nervoso è già predisposto con strutture che lo facilitano.  Il libro affronta anche il classico tema di cosa sia un modello scientifico e  le normative rigorose che regolano la sperimentazione animale, riflettendo su come lo statuto morale degli animali possa variare notevolmente a seconda del contesto. Per esempio, se i ricercatori tenessero ipoteticamente un pesce arciere come semplice animale ornamentale in una boccia di vetro spoglia, potrebbero portare avanti  le loro osservazioni senza particolari intralci, in maniera molto simile a quello che faceva Lorenz. Tuttavia, la situazione cambia drasticamente quando questi stessi pesci sono utilizzati in esperimenti comportamentali all’interno di un laboratorio. In questi casi, la legislazione richiede che i ricercatori specifichino il "livello di sofferenza" inflitto agli animali, con "lieve" come limite inferiore, comunemente associato al dolore di una puntura di ago. Questo solleva questioni complesse: come valutare la sofferenza di un animale che non viene neppure toccato? Esiste dunque una discrepanza notevole nel modo in cui gli animali sono percepiti e trattati in base alla categoria a cui appartengono.
La normativa italiana si basa anche una concezione profondamente sbagliata quando parla di “sviluppo neurologico superiore o inferiore” è più corretto dire che i cervelli si sono sviluppati in maniera differente a seconda delle possibilità, e che tutti si sono ugualmente evoluti.

Un altro tema che ti è valso qualche flame: gli animali nei circhi. Qual è la tua valutazione sulla situazione degli animali già presenti nei circhi e sull'opportunità o meno di proseguire ad averli?

In merito alla questione degli animali nei circhi, la posizione che sostengo è fermamente ancorata a un approccio pragmatico e basato su evidenze. Occorre riconoscere che gli animali cresciuti all'interno dei circhi si trovano in una situazione particolare, in cui la loro ricollocazione potrebbe non essere la soluzione ottimale.  Sul fronte scientifico, è essenziale richiamare l'attenzione sulla necessità di studi non compromessi da interessi esterni. Le decisioni sul futuro degli animali dei circhi devono basarsi su ricerche sul benessere degli animali condotte con integrità, evitando quei conflitti che hanno in passato portato a risultati di dubbia autenticità, come emerso su Witness Directory (An expert witness on foxhunting and animal welfare accused of “misrepresenting science” - 2018, 31 agosto) e su “The Telegraph” (Foxhunting prosecution professor “misrepresented science” - 2018, 11 agosto) e in Twisting the science to ban animals with circuses, in “Journal of the Elephant Managers Association”, 29(2), pp. 65-67 di Ted Friend. Si parla del prof. Stephen Harris, le cui review sui circhi sono state criticate dagli scienziati citati nella stessa review che hanno condotto gli studi di campo nei circhi.  Nonostante questo, le review di Harris sono ancora impiegate per portare avanti il divieto degli animali dei circhi, ignorando quello che dicono le ricerche di campo.
Sulla base delle review di Harris, la Federazione dei Veterinari Europei (FVE) raccomandava l’eutanasia agli animali del circo che non potessero essere riallocati nei santuari e nei centri di
recupero (NB: non ci sono review sul welfare animale che valutano queste ultime strutture).

L'occhio dell'elefantessa Buba (citata nel libro).

Nel libro fai riferimenti non solo alla letteratura scientifica, ma citi anche altre opere. Quali romanzi con animali consigli?

Come romanzi puri di animali suggerisco il classico “Creature grandi e piccole” di James Herriot e “ lo zoo di Roma” di Pascal Janovjak, che seppure sia un romanzo ha degli elementi molto accurati dal punto di vista storico. Ma consiglio anche alcuni saggi che tengono un tono abbastanza narrativo,  che mi son piaciuti molto, come “Ascesa e Caduta dei dinosauri” di Stephen L. Brusatte e “Darwin va in città: Come la giungla urbana influenza l'evoluzione” di Menno Schilthuizen, parlano esperti che navigano con passione nel proprio campo. Poi abbiamo alcuni libri difficili da catalogare, un mix di biografie/autobiografie e saggi come  “I pesci non esistono” di Lulu Miller, che traccia un parallelismo tra la sua vita complicata e la tassonomia, e poi “L'arte di collezionare mosche” di Fredrik Sjöberg, che è pure divertente, un entomologo che colleziona sirfidi e parla di Malaise, che ha inventato la famosa trappola per catturare insetti. Infine abbiamo una biografia “La signora dello zoo di Varsavia” di Diane Ackerman di cui mi ha stupito, oltre che la capacità narrativa, la sensibilità della scrittrice nei confronti degli animali e la fine descrizione dei loro comportamenti, tanto che mi sembrava di essere tornata a visitare il circo.

Qual è il tuo animale preferito?

I gatti, per la personalità e la loro intrinseca eleganza, i capibara per la natura tranquilla e socievole.

 Petteri, gatto di Giulia.

Grazie a Giulia per l'intervista (e per le immagini)!

martedì 1 novembre 2022

Intervista a Elena Porcelli

Elena Porcelli, insegnante milanese, ha pubblicato nel 2021 il suo primo romanzo giallo ed è stata nominata Miss Scettica 2022.


 Ciao, Elena. Vuoi presentarti ai lettori del blog?

In ordine sparso, sono di Milano, ho cinquant'anni, il mio cognome mi ha portato a sviluppare un certo senso dell'umorismo, ho la mania dei profumi, per un po' di anni ho fatto la giornalista. Ho smesso perché mi chiedevano solo pubblicità mascherate (nel gergo del mestiere “marchette”) o di esagerare e deformare le notizie, anche quelle serie, per compiacere il bias di conferma dei lettori. Di recente, Zerocalcare ha protestato con una vignetta perché una sua dichiarazione sulle elezioni era stata del tutto stravolta. Succede di frequente e spesso non è colpa dell'intervistatore ma di qualche grande capo che riscrive gli articoli con il solo intento di vendere più copie. E pazienza se la verità va persa. Sto cercando di riciclarmi come insegnante di varie materie umanistiche e scrittrice di gialli, per ora con scarso successo.

Parlaci del tuo libro (Fragranza di reato, pubblicato in due volumi nella collana "Città in giallo" di Place Book Publishing - NB: la parola "fragranza" nel titolo non è un errore, ma un gioco di parole: nel libro si parla di profumi).

Vende poco ma è stato comunque utile scriverlo perché mi ha evitato di finire in galera. Il modus operandi dell'assassino, infatti, nasce dalle mie fantasie omicide su una signorina di abissale ignoranza che mi toccava pure trattare come se fosse stata una giornalista vera, perché aveva appoggi importanti. Diversi lettori credono che la protagonista, Rosa Mantovani, un maresciallo dei carabinieri di 23 anni, alta un metro e ottanta e con la quarta di reggiseno sia il mio alter ego. In realtà abbiamo in comune solo la mania dei profumi. Rosa, tra l'altro, è molto intelligente ma per nulla creativa, cioè il mio esatto opposto. Il mio vero alter ego è un altro personaggio, basso brutto e sfigato, ma siccome per esigenze di trama l'ho fatto diventare maschio, nessuno mi riconosce.

 

Perle di saggezza di Elena su Facebook.

 

C'è un articolo o più di uno in cui ha fatto un debunking di qualche bufala?

Il primo articolo che ho scritto per Panorama, vent'anni fa, verteva proprio sulle bufale che, all'epoca, circolavano via email e sulla loro pericolosità, della quale nessuno sembrava rendersi conto. L'intervistato principale era Paolo Attivissimo, che già allora svolgeva una meritoria opera di debunking. Un altro articolo del quale vado un po' orgogliosa era sui flash mob, che erano esplosi come fenomeno sociale del lontano 2003. Il concetto principale, ripreso dal libro di un professore americano del quale non ricordo il nome, era che la gente, giocando a fare i flash mob, stava imparando ad auto organizzarsi attraverso la Rete e che questo avrebbe avuto conseguenze politiche molto rilevanti.

 
Tempo fa su Facebook hai scritto "Non c'è un partito abbastanza di sinistra per me" (e io ho messo un "Love").

In questo periodo mi basterebbe un Governo non così di destra.

Porcelli con porcello. Elena con un maialino.

 

Cosa pensi della tua nomina a Miss Scettica?

Non è che mi hai confuso con il maresciallo Rosa Mantovani?

Ahahah, no: sei proprio la Miss Scettica del 2022! Congratulazioni e grazie per l'intervista!


Miss Scettica
Come dice il nome stesso, per il titolo di Miss Scettica le qualità estetiche devono essere accompagnate dall'esercizio di un sano scetticismo metodologico.
Le vincitrici precedenti sono:
2014 Giulia Milazzo
2015 Rosa Contino
2016 Miriam Di Maurantonio
2017 Paola Panciroli
2018-2019 non assegnato (ma potrebbe in futuro essere attribuito retrospettivamente)
2020 Eleonora Piccinetti
2021 Flaminia Sabatello


sabato 1 ottobre 2022

Football in bikini: intervista ad Alondra Pérez

Alondra Victoria Pérez Flores ha vinto quest'anno il campionato della WFL e il titolo di miglior giocatrice del torneo. Per Alondra e la sua squadra, le VQueens, la vittoria di quest'anno, conquistata con la vittoria per 57-6 nella finale del 24 settembre contro le Red Storm di Toluca, è il terzo successo nella lega dopo le vittore del 2016 (finale il 20 agosto con vittoria per 45-36 sulle Rangers di Merida) e del 2019 (finale il 3 agosto con uno straripante 81-15 appioppato alle Amazonas del Chiapas).
 
 
Ciao, campionessa. Vuoi presentarti ai lettori del blog?
 
Mi chiamo Alondra Victoria Pérez Flores. Sono laureata in amministrazione di imprese, organizzo tornei di flag football e lavoro all'Instituto Estatal del Deporte.

Cosa ti piace del football americano e della versione in bikini?
 
Il football americano mi piace perché ti dà tante soddisfazioni, ti forgia il carattere e ti rende una persona più forte fisicamente e mentalmente. La modalità in bikini dà forza alla donna, ci fa tirar fuori il meglio, cambia il nostro stile di vita, ci fa tenere abitudini di vita salutari perché bisogna prendersi cura di sé stesse per mantenersi in forma.
Ho conosciuto il football in bikini quando abitavo a Città del Messico e al mio ritorno a Saltillo ho visto che c'erano le VQueens e ho contattato subito il coach, ho fatto il provino e mi sono guadagnata il posto in squadra (era il 2015).
 
 
Ci racconti il tuo percorso sportivo?
 
La mia carriera sportiva è cominciata quando avevo nove anni, con il basket, che ho praticato fino a 15 anni. A quell'età, quando ero alle superiori, ho cominciato a giocare al tochito [nome dato in Messico al flag football - ndr]. Ho giocato nelle squadre rappresentative della città e sono arrivata a giocare nelle Pumas della UNAM [Universidad Nacional Autónoma de México, una delle più importanti università messicane, con sede a Città del Messico]. Tempo dopo sono tornata a Saltillo e ho cominciato il mio cammino nelle VQueens e nel corso di questi anni ho vinto tre campionati e per tre volte sono stata selezionata per il Juego de Estrellas [l'All Star Game della WFL]. Ho giocato in diversi ruoli, ma alla fine quello che mi ha dato le maggiori soddisfazioni è quello nella linea difensiva.
 
Alondra Pérez al Museo del Desierto di Saltillo davanti
a un'altra gloria locale, il dinosauro Latirhinus uitstlani,
scoperto nella zona
 
Le tue VQueens hanno dominato il campionato della WFL di quest'anno vincendo tutte le partite e imponendosi nettamente nella finale contro le Red Storm.
 
La finale ha avuto un forte impatto emotivo perché era dedicata a Karla Salas, una ex compagna di squadra che è morta nel 2021, e le abbiamo reso omaggio vincendo il trofeo. Abbiamo giocato contro una squadra che ci aveva sconfitto in una finale [nel 2018, quando le Red Devils, come si chiamavano allora, vinsero per 28-25 - ndr] e non volevamo proprio che si ripetesse. Ci siamo preparate molto per vincere e abbiamo vinto molto largamente. Sono molto felice anche perché alla fine della partita mi hanno dato il trofeo per la miglior giocatrice del campionato.
 
Alondra con il premio per la migliore giocatrice del campionato
 
Chi è la tua atleta preferita?
 
La mia sportiva preferita è Serena Williams. E' una gran donna, una grande mamma e una grande atleta.
 
Cosa ti piace fare, oltre a giocare a football?
 
Adoro passare il tempo con mio figlio. Mi piace sfruttare al massimo il tempo e cerco di dare il meglio di me alla mia famiglia.
 
Alondra Pérez (a destra, con il numero 23) in una partita
tra le sue VQueens e le Jets di Città del Messico.

Grazie ad Alondra per l'intervista!
Potete seguirla su Facebook e su Instagram.
 


lunedì 26 settembre 2022

Football in bikini: intervista a Karla de la Hoya

Karla Elizabeth Castillo de la Hoya è una delle protagoniste della vittoria delle VQueens di Saltillo nel campionato del 2022 della WFL, lega messicana di football americano in bikini. Anche nella finale del campionato Karla ha dato il suo contributo, segnando tra l'altro un touchdown.

Ciao, Karla. Vuoi presentarti ai lettori del blog?

Sono Karla de la Hoya, numero 20, ruolo runningback. Ho 20 anni, sono della città di Saltillo, nello stato di Coahuila. Attualmente sono una studentessa universitaria. Gioco da cinque anni football equipado e questo è il mio primo campionato di football in bikini della WFL. Il mio obiettivo è di arrivare a giocare nella LFL rappresentando il Messico e Saltillo.



Cosa ti piace del football americano e cosa in particolare della versione in bikini?

Questo sport, il football americano, mi piace perché forgia il carattere, la disciplina, il lavoro di squadra e soprattutto è uno stile di vita. La modalità in bikini mi piace perché si uniscono tutte le caratteristiche del football americano più professionale senza trascurare la femminilità né l'essere delle dure.
Facendo parte della famiglia VQueens nella versione “arena”, ho conosciuto la modalità in bikini e questo mi ha dato una spinta per migliorare e restare nella squadra delle VQueens.

Raccontaci la tua carriera sportiva.

Il football americano è davvero una parte importante della mia vita da quando avevo 14 anni. I miei primi passi sono stati in una squadra di Querétaro, nel categoria “libre”. In questa squadra mi sono formata e allenata. Poi ho cominciato la mia stagione con le VQueens Moradas: siamo state campionesse imbattute e io ho avuto il titolo di MVP [miglior giocatrice] dell'anno. Sono stata selezionata per rappresentare lo stato di Coahuila nella selezione nazionale femminile e ora gioco football in bikini nella WFL.
Mi sento orgogliosa, come esordiente nella modalità in bikini,  di tutto quel che ho vinto nel mio primo campionato, delle mie grandi compagne, dello staff di allenatori. Sono pronta alle nuove opportunità che arriveranno e a continuare come sportiva di alto livello.


Pratichi o hai praticato anche altri sport?

Ho fatto anche flag football, ma il mio forte è il football equipado.

Qual è la tua atleta preferita?

Ammiro tutte le donne che fanno un qualunque sport e che si distinguono, però sono soprattutto molto orgogliosa della squadra femminile di tochito [nome con cui è conosciuto in Messico il flag football, ndr] che ha rappresentato il Messico nel torneo per nazionali in Finlandia.

Oltre a giocare a football, cosa ti piace fare?

Condividere momenti belli con tutta la mia famiglia perché è una parte fondamentale delle mie vittorie.

Grazie a Karla per l'intervista.
Potete seguirla su Facebook e su Instagram.


domenica 13 dicembre 2020

Teqball: intervista a Zsanett Janicsek

In questa puntata della serie sugli sport insoliti e sulle atlete che li praticano parliamo di teqball con Zsanett Janicsek (ZS si pronuncia come la J in portoghese e in francese, CS come la C in "ciao", la J come la I in "ieri").



Ciao, Zsanett. Vuoi presentarti ai lettori del nostro blog?

Mi chiamo Zsanett Janicsek e sono una giocatrice professionista di teqball ungherese. Ho 24 anni e studio chinesiologia umana all'Università ungherese di educazione fisica di Budapest.

Precisiamo che la chinesiologia umana è lo studio scientifico dei movimenti del corpo e non c'entra niente con la kinesiologia applicata che è, invece, una roba pseudoscientifica. Invece cos'è il teqball lo lasciamo dire alla nostra campionessa.

Il teqball è uno sport basato sul calcio. E' un incrocio tra ping pong e calcio. Si gioca su un tavolo curvo e i giocatori possono toccare la palla con qualunque parte del corpo eccetto mano e braccia. Si gioca uno contro uno o due contro due.

Zsanett ai  Mondiali di teqball del 2019.
Lo slogan "World is curved" che si vede
 sullo sfondo allude al tavolo curvo del teqball.

Come hai conosciuto questo sport?

Il teqball è stato inventato in Ungheria, così ho avuto la fortuna di conoscere presto questo sport con l'aiuto di una mia amica che lavora nel campo del teqball. Quando ho provato a giocare a teqball per la prima volta è stato davvero difficile, ma l'ho adorato e ho deciso di impegnarmi sul serio.

Ci fai un riassunto della tua carriera di giocatrice di teqball?

Ho cominciato a giocare a teqball nel 2017 e il mio più grande successo è senza dubbio il secondo posto ai Mondiali del 2019 nella categoria doppio misto con il mio compagno Csaba Bányik (CS è come CH in inglese e NY come la Ñ in spagnolo). Prima dei Mondiali, io e Csaba siamo arrivati primi nel campionato nazionale ungherese. Nel 2020 ci sono state meno gare a causa del Covid-19, ma a marzo c'è stata la Challenger Cup femminile e sono arrivata seconda nel singolare. Settimana scorsa è finito il campionato nazionale ungherese e sono arrivata prima diventando la campionessa ungherese nel singolare femminile.

Il podio del doppio misto ai Mondiali.
Zsanett è la seconda persona da sinistra sul podio.
Alla sua sinistra il compagno di squadra Csaba Bányik
che sportivamente regge la bandiera dei vincitori brasiliani.
Quello con la felpa arancione a destra è Ronaldinho.

Quali abilità richiede il teqball?

E' uno sport che richiede abilità tecniche di alto livello. Devi usare bene tutte le parti del corpo se vuoi essere un giocatore completo. Oltre a questo sono essenziali l'attenzione, la pazienza e la capacità di concentrazione.

Pratichi altri sport?

Gioco anche a futsal a livello agonistico nella prima divisione del campionato nazionale ungherese. Nel tempo libero mi piace fare boxe e in inverno adoro lo snowboard.

Grazie a Zsanett per l'intervista (e per le foto).




Le precedenti puntate:
15 maggio 2020: cheese-rolling, con Keavy Morgan
5 giugno 2020: bog snorkelling, surf livesaving e hockey subacqueo, con Dineka Maguire
8 giugno 2020: logrolling, con Livi Pappadopoulos
16 giugno 2020: fierljeppen, con Marrit van der Wal
23 giugno 2020: cuccagna orizzontale, con Glenda Fior
29 luglio 2020: lacrosse, con Dominò Giancarlini

mercoledì 29 luglio 2020

Lacrosse: intervista a Dominò Giancarlini

In questa puntata della serie sugli sport meno conosciuti parleremo del lacrosse. Ho per questo intervistato Dominò Giancarlini, giocatrice della squadra di Roma e della nazionale italiana.

Ciao, campionessa. Vuoi presentarti ai lettori del blog?

Ciao, mi chiamo Dominò, ho ventisette anni e sono di Roma, sono centrocampista nella Roma Leones Lacrosse. Oltre ad essere una giocatrice sono anche allenatrice del settore giovanile della mia squadra, settore però ancora in via di sviluppo.


Il lacrosse è uno sport poco conosciuto in Italia, ma anche il tuo nome non è molto comune. Da dove viene?

Il mio nome è preso da un film di 007, Dominò era una Bond girl nel film “Thunderball - operazione tuono”.

Il mio amico Luigi De Conti, esperto di cinema, sicuramente lo sapeva (e colgo l'occasione per ricordare che è uscito il suo nuovo libro Morte sul Rainier). Ma torniamo al lacrosse.

Il lacrosse è il gioco sacro dei nativi americani, una volta chiamato Baggataway. Questo gioco era un'antica forma di guerra e veniva utilizzato per risolvere le dispute tra le varie tribù indigene. Ovviamente noi giochiamo alla sua versione moderna, si gioca con una stecca alla cui estremità vi è un retino (chiamato pocket, tasca) con cui si  passa la palla (di gomma piena e pesa circa 150 grammi).  Lo scopo è quello di fare goal ovviamente. Si gioca in entrambi i casi 10 contro 10 (le regole sono cambiate prima noi donne giocavamo 12 contro 12) in un campo più grande di quello da calcio e si può giocare anche dietro la porta, come nell'hockey. La versione femminile è diversa rispetto a quella maschile e quindi ha anche regole diverse. Infatti il maschile è uno sport di contatto mentre nel lacrosse femminile il contatto fisico è minimo.

Quindi il lacrosse giocato dai maschi è un po' più rude, come l'hockey, mentre il vostro è più tecnico?

Esatto. Inoltre noi, a parte il portiere, abbiamo tutte le stecche uguali. I maschi invece per la difesa, per dire, hanno la stecca lunga 1 metro e 80 ahaha. Cambia anche la pocket cioè la tasca con cui si tiene la palla. La loro è più profonda perché c'è contatto fisico. Noi siamo più tecniche.
Non si gioca misto. O se proprio vuoi fare un allenamento si adottano le regole femminili. Noi ogni tanto ci alleniamo con i ragazzi. facciamo la parte atletica e se magari facciamo una partitella a mo' di partitella di oratorio non giochiamo con le regole maschili. Anche perché i maschi quando giocano indossano varie protezioni: casco, guanti paradenti, pettorina, gomitiere, parapalle. Noi invece obbligatorio il paradenti e se proprio vuoi mascherina per gli occhi (si chiamano goggles).

Dominò (a destra) in azione con la stecca del lacrosse.

Tu come hai conosciuto il lacrosse?

Ho conosciuto il lacrosse per caso. A 16 anni sono andata a studiare in America per fare l’anno scolastico. A settembre bisognava scegliere le varie attività extrascolastiche e io, che giocavo a pallavolo da anni, avevo scelto quello sport come attività invernale. Per la primavera invece non sapevo cosa scegliere e a un certo punto ho letto ad alta voce “lacrosse?” e un ragazzo dietro di me mi ha detto “ provalo, provalo! E’ veramente figo” e così ho messo lacrosse. E’ arrivato marzo e in America funziona così: tu scegli uno sport e loro devono comunque selezionarti facendoti fare una prova. Vado a questa prova e le allenatrici mi dicono: “Sicura di non averci mai giocato?". E’ iniziato tutto così.

Cosa ti ha fatto appassionare al lacrosse?

Amo di questo sport la sua dinamicità ma più di tutto il fatto di essere uno sport inusuale.

Ci fai un riassunto della tua carriera sportiva?

Come dicevo prima ho giocato una stagione nella squadra varsity del liceo americano che ho frequentato, poi sono tornata in Italia e avevo scritto alla squadra della mia città, perché in tutto ciò avevo fatto delle ricerche e avevo scoperto che in effetti a Roma c’era una squadra di lacrosse. Avevo 17 anni. Alla fine sino a 20 anni ho continuato pallavolo, sino a quando una sera con il mio ex fidanzato non abbiamo incontrato una giocatrice della mia attuale squadra (Roma Leones Lacrosse). Sono subito andata agli allenamenti e ora gioco con loro da ben 7 anni. Viaggio tantissimo per giocare : infatti ho giocato in un sacco di nazioni europee e non. Ho giocato in un sacco di tornei e ho conosciuto tantissimi appassionati come me di questo sport meraviglioso!! L’anno scorso ho disputato gli europei di lacrosse femminile e spero l’anno prossimo di essere selezionata per i mondiali che si giocheranno negli USA.

Dominò (la prima a sinistra) con le compagne di squadra.

Quali sono le caratteristiche per essere una valida giocatrice di lacrosse?

Credo che tutti possano giocare a lacrosse. È chiaro però che non tutti abbiamo le stesse peculiarità in cui spicchiamo di più e ognuno di noi è predisposto più per un ruolo che per un altro. Nel lacrosse i ruoli sono: portiere, difensore, centrocampista e attaccante.
Il lacrosse è uno sport di corsa quindi è molto veloce, si devono avere resistenza, velocità e agilità. Ma sono tutte caratteristiche che con una buona preparazione atletica possono essere acquisite.
i difensori devono essere molto forti fisicamente e il portiere deve essere una persona con una buona dose di coraggio perché è un ruolo che inoltre richiede molta tempra mentale.
Io gioco come centrocampista o attaccante… dipende. Per giocare a centrocampo bisogna essere molto resistenti per correre più di tutti in campo, avere delle buone skills con la stecca perché il suo ruolo è quello di far transitare la palla della difesa all'attacco (e ovviamente difende e attacca). Per giocare in attacco invece bisogna avere un buon tiro, velocità e non per ultimo tanta visione di gioco.

Ringrazio la Bond girl del lacrosse per questa intervista.
Se non le avete già lette, potrebbero interessarvi anche le precedenti puntate sugli sport strani:
15 maggio 2020: cheese-rolling, con Keavy Morgan
5 giugno 2020: bog snorkelling, surf livesaving e hockey subacqueo, con Dineka Maguire
8 giugno 2020: logrolling, con Livi Pappadopoulos
16 giugno 2020: fierljeppen, con Marrit van der Wal
23 giugno 2020: cuccagna orizzontale, con Glenda Fior

martedì 23 giugno 2020

Intervista a Glenda Fior

L'albero della cuccagna è una tradizione ben conosciuta. I partecipanti a questo gioco, per vincere, devono raggiungere l'estremità di un palo cosparso di grasso o altra sostanza che rende ardua l'avanzata. Normalmente il palo è posto in verticale e ci si deve arrampicare. Alla cuccagna di Boffalora sopra Ticino, invece, il palo si allunga orizzontalmente sopra il Naviglio Grande nelle cui acque finisce chi perde la presa. Al termine del palo c'è una bandiera e il primo (o la prima) che arriva a prenderla vince la gara. Nel 2018 la vincitrice è stata Glenda Fior. Facciamo due parole con lei.

Glenda avanza sul palo della cuccagna.
Questa foto e le seguenti sono di Maurizio Genna.

Ciao, Glenda. Vuoi presentarti ai nostri lettori?

Sono Glenda Fior, ho 21 anni e sono una studentessa.

Pratichi qualche sport?

Faccio ginnastica artistica da quando avevo 3 o 4 anni.

Sei la vincitrice dalla cuccagna di Boffalora sopra Ticino del 2018. Ci parli di questo evento e della tua vittoria?

La cuccagna è una manifestazione che ogni anno si svolge nel mio paese. La faccio più o meno da 5 anni. Per poter partecipare bisogna essere residenti. Normalmente la cuccagna si vince camminando sul palo e prendendo la bandiera alla fine di questo. Vince chi riesce a prendere la bandiera, non c’è un tempo fisso. Il palo è pieno di grasso quindi la prima parte della gara consiste nel camminare sul grasso e di conseguenza toglierlo. Anche sulla bandiera c’è il grasso quindi è difficile afferrarla. Solitamente dura un'oretta. Io mi sono seduta verso la fine del palo e stavo per cadere, mi sono aggrappata e ho continuato fino alla bandierina a testa in giù (con una foto di capisce meglio). Sono contenta di aver partecipato perché sono stata la prima ragazza a vincerla!





Grazie a Glenda per l'intervista e grazie a Maurizio Genna per le sue bellissime foto della gara di Glenda.
Se non le avete già lette, potrebbero interessarvi anche le precedenti puntate sugli sport strani:
15 maggio 2020: cheese-rolling, con Keavy Morgan
5 giugno 2020: bog snorkelling, surf livesaving e hockey subacqueo, con Dineka Maguire
8 giugno 2020: logrolling, con Livi Pappadopoulos
16 giugno 2020: fierljeppen, con Marrit van der Wal