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mercoledì 1 aprile 2026

I grandi carnivori d'Italia: intervista a Jessica Peruzzo

Seguendo Jessica Peruzzo su Facebook ho apprezzato la sua abilità come fotografa, le sue competenze come naturalista e la sua capacità di divulgazione. Dopo aver letto anche il suo libro sui grandi carnivori presenti in Italia, ho pensato che era proprio il caso di intervistarla.

Ciao Jessica. Vuoi presentarti ai lettori del blog?

Sono Jessica Peruzzo, fotografa naturalista e divulgatrice scientifica per passione, laureata in Gestione del Territorio e dell'Ambiente. Nella vita mi occupo di comunicazione, ma da anni affianco a questo lavoro lo studio del rapporto tra uomo e fauna selvatica, un tema che mi sta particolarmente a cuore.
Il mio interesse si concentra soprattutto sulla cosiddetta Human Dimension of Wildlife, ovvero quella branca di studi che analizza percezioni, paure e aspettative delle persone nei confronti della natura, in particolare del ritorno dei grandi predatori.
Ho raccontato questi temi nei miei libri: “I grandi carnivori d’Italia” (2025), edito da Ricca Editore, e “Il ritorno del lupo sulle montagne vicentine”, una ricerca specifica sul mio territorio nata dalla mia tesi di laurea magistrale. Col mio impegno di divulgatrice cerco di fare da ponte tra il mondo scientifico e il pubblico, rendendo accessibili argomenti spesso complessi ma fondamentali per il futuro della coesistenza tra uomo e natura.

Ci parli della tua attività di fotografa naturalista?

Per me la fotografia naturalistica è prima di tutto uno strumento di conoscenza. Non si tratta solo di “fare belle foto”, ma di entrare davvero in contatto con l’ambiente naturale.
Passo molte ore sul campo: a cercare animali, a controllare fototrappole, a interpretare tracce, a leggere segni di presenza. È un lavoro fatto di pazienza, osservazione e anche di attese lunghe e silenziose. Tutto questo mi permette di osservare la vera “realtà selvatica”, senza filtri.
La fotografia, quindi, diventa una testimonianza: racconta la complessità degli ecosistemi, il loro cambiamento e mostra al grande pubblico animali che altrimenti resterebbero sconosciuti. Il mio mantra è «Si ama ciò che si conosce, si protegge ciò che si ama»: è per questo motivo che cerco in ogni modo di farla conoscere in ogni sua sfaccettatura.

Quali sono gli animali che più ti affascinano?

In realtà mi affascinano un po’ tutti gli animali: ogni specie ha qualcosa da raccontare e osservandola si scoprono dinamiche e adattamenti sorprendenti.
Sicuramente i grandi carnivori occupano un posto speciale nel mio percorso di studio e divulgazione, ma parallelamente ho una grande passione per l'avifauna, che amo osservare e studiare sul campo.
In particolare, la specie a cui sono più legata è il merlo acquaiolo. È l’uccello che, anni fa, mi ha letteralmente fatta svoltare: grazie a lui mi sono avvicinata al birdwatching, poi alla fotografia naturalistica e, passo dopo passo, anche alla divulgazione scientifica.
È una specie discreta ma straordinaria, capace di vivere lungo i torrenti e di immergersi "nuotando" controcorrente: in un certo senso rappresenta perfettamente ciò che cerco nella natura, qualcosa di autentico, poco evidente, ma profondamente affascinante.


Il merlo acquaiolo (Cinclus cinclus) compare anche nella "firma" delle foto di Jessica.

 
Nel tuo libro sostieni che non si deve prestare ascolto all’allarmismo, ma neppure fare una “idealizzazione disneyana”.


È uno dei punti centrali del mio lavoro. Entrambe queste visioni sono distorsioni della realtà e, di fatto, ostacolano una coesistenza equilibrata. L’allarmismo genera paure irrazionali, che possono sfociare in atteggiamenti ostili, episodi di bracconaggio o decisioni politiche basate sull’emotività anziché sui dati scientifici.
Dall’altra parte, l’idealizzazione “disneyana” semplifica eccessivamente la natura: dimentica che stiamo parlando di animali selvatici, predatori, e ignora le difficoltà concrete di chi vive e lavora in montagna, come gli allevatori.
La chiave sta nella conoscenza: riconoscere il ruolo fondamentale di questi animali negli ecosistemi, ma anche la necessità di una gestione attenta, fatta di compromessi e responsabilità.

Parliamo dei protagonisti del tuo libro. Partiamo con l'orso.

L’orso bruno è un animale molto diverso da come viene spesso immaginato: è un onnivoro opportunista (anche se a livello tassonomico rientra nell'ordine dei Carnivori) e la sua dieta è composta per circa l’80% da vegetali.
Si tratta di un animale che ha rischiato di estinguersi sulle Alpi, salvato in extremis dal rinforzo numerico della popolazione tramite il progetto "Life Ursus", che ha reintrodotto orsi prelevandoli dalla vicina Slovenia, con cui fino a un secolo fa gli orsi alpini erano in continuità territoriale e genetica.
Gli orsi sono animali molto schivi, ma le femmine possono essere molto protettive nei confronti della loro prole: è per questo motivo che è indispensabile sapere come comportarsi in caso di incontro ravvicinato. A questo ho dato molto spazio nel mio libro, perché è cruciale che più persone possibili siano informate per evitare questi incontri potenzialmente pericolosi. La percezione del rischio rispetto a questi animali è altissima, molto più alta del rischio reale (è più facile essere attaccati da un camoscio piuttosto che da un orso), tuttavia questo non deve esimerci dal formare correttamente le persone che frequentano zone di presenza di orso bruno. Lo stesso vale per gli orsi marsicani, presenti sull'Appennino e sempre più a rischio di estinzione: ne restano solo una cinquantina e, a causa dei bassi numeri, stanno andando incontro a problematiche legate alla consanguineità.


Passiamo al lupo.

Il lupo in Italia è tornato spontaneamente, senza reintroduzioni da parte dell'uomo. Questo è un punto importante, perché spessissimo circolano informazioni errate al riguardo. Si tratta semplicemente di una ricolonizzazione in seguito alla protezione legale e altri fattori ecologici e sociali, come lo spopolamento delle montagne avvenuto nel dopoguerra e il ritorno degli ungulati dopo la loro decimazione.
È un animale sociale, che vive in branchi familiari composti da una coppia riproduttiva e dai suoi figli. Ha un ruolo ecologico fondamentale, contribuendo a controllare numericamente le popolazioni di ungulati.
Non considera l’uomo una preda. Tuttavia, per una coesistenza sicura, è essenziale adottare comportamenti corretti, ad esempio non alimentarlo mai e tenere i cani al guinzaglio per evitare possibili incontri.



Una presenza poco conosciuta: lo sciacallo dorato.


È il “nuovo arrivato” della fauna italiana, anche se in realtà è presente da anni: si tratta di un mesocarnivoro in espansione naturale dai Balcani, quindi è un animale autoctono a tutti gli effetti . Pesa circa 10-15 kg, quindi è più grande di una volpe ma più piccolo di un lupo. Ha un ruolo ecologico molto importante, esattamente come tutti i predatori, perché si nutre anche di carogne e piccoli animali, contribuendo a "mantenere pulito" l’ambiente.
È particolarmente interessante dal punto di vista della Human Dimension, perché molti italiani non sanno nemmeno della sua esistenza: un esempio perfetto di come la percezione pubblica possa essere molto distante dalla realtà ecologica.

L'elusiva lince.

La lince eurasiatica è il mammifero più raro d’Italia e il felino più grande d’Europa. Anch'esso ha rasentato l'estinzione in Europa per cause umane ed è stata reintrodotta in Italia in diverse occasioni, con diversi esiti. Al contrario degli altri grandi carnivori, si può nutrire esclusivamente di carne. È un predatore solitario e altamente specializzato, che necessita di ambienti forestali estesi e ben strutturati per cacciare all’agguato. Proprio per queste esigenze ecologiche così specifiche, soffre molto la frammentazione e la modificazione  degli habitat. Sulle Alpi italiane sono stimati 10-20 individui, concentrati perlopiù nella zona di Tarvisio, oltre a qualche raro individuo in arrivo dalla Svizzera.


Qualunque sia la temperatura, sempre alla ricerca di animali da fotografare

 

Nel libro, oltre a descrivere gli animali con grande competenza zoologica, dai spazio anche a leggende e voci che accompagnano queste creature. Nelle tue scorribande in cerca di animali da fotografare, hai sentito raccontare qualcosa di particolarmente curioso?

Le cosiddette “leggende da bar” sono infinite e spesso più difficili da sradicare, nonostante i dati scientifici.
Una delle più curiose riguarda i presunti rilasci di lupi tramite elicotteri o camion, a volte con riferimenti ironici a esperti del settore, come se qualcuno li trasportasse in giro per l’Italia. Perfino io sono stata accusata di aver reintrodotto i lupi! Sono racconti che nascono dal bisogno umano di trovare una spiegazione semplice a fenomeni complessi, come il ritorno naturale di una specie.
Tra le esperienze personali, invece, una delle più emozionanti è stata un incontro ravvicinato nel bosco con un branco che stavo monitorando, seguito dal coro di ululati. In momenti così ti senti piccolo, ma allo stesso tempo profondamente connesso a qualcosa di antico, a un equilibrio naturale che esiste da molto prima di noi.

Grazie a Jessica per l'intervista e le foto.


mercoledì 17 aprile 2024

Salvare gli animali: intervista a Giulia Corsini

Giulia Corsini, veterinaria di professione, ha scritto un bel libro nel quale affronta, con passione, competenza e acume da debunker, vari temi legati al mondo degli animali. Il titolo è Salvare gli animali ed è stato pubblicato nel febbraio del 2024 da Utet. Ho fatto qualche domanda a Giulia.

Giulia con la sua gatta Pratolina

Mi sembra che un leitmotiv del tuo libro sia che per “salvare gli animali” bisogna, per cominciare, conoscerli, per le cure veterinarie, ma non solo. Un approccio emotivo non appoggiato sulla conoscenza dell'animale e del contesto può avere anche effetti negativi, come nel caso di chi, con l'idea di “salvare” lo scoiattolo grigio mette in realtà a rischio lo scoiattolo rosso.

Esatto: il mio libro sottolinea l'importanza di una conoscenza approfondita, senza certo sottovalutare l’importanza dell'emozione. Voglio sottolineare che l’emozione in una qualche misura è sempre “la molla”, è cruciale tuttavia non fermarsi a questa prima spinta emotiva ma sfruttarla, piuttosto, per procedere verso un'analisi approfondita della situazione. Si può dire dunque che se l’emozione è la spinta, la ragione dà la direzione. Ciò implica riconoscere e affrontare la complessità delle situazioni in cui le nostre azioni hanno luogo, avere il coraggio di affrontare la realtà con tutte le sue difficili implicazioni, le sue scomode verità, e le sue scelte difficili, soprattutto quando queste coinvolgono dilemmi ecologici o etici, come decidere se proteggere scoiattolo rosso nativo o lo scoiattolo grigio invasore che ne minaccia la sopravvivenza.


 Uno dei casi più complessi è quello del lupo. Come conciliare la conservazione della specie con la tutela del bestiame (e anche delle persone: per quanto gli attacchi di lupi a umani siano poco probabili, non sono impossibili)?

La questione della convivenza tra lupi, bestiame e umani è una delle sfide più complesse in tema di conservazione delle specie e gestione del territorio. Le strategie di gestione spesso si basano su un equilibrio precario e, talvolta, su un compromesso imposto principalmente dalle esigenze e dalle percezioni di chi non vive al momento direttamente il problema, ovvero le popolazioni urbane, che sono la maggioranza. Per questo ho portato il punto di vista di un allevatore il cui prezioso cane è stato ucciso da un lupo.
Certo, anche  la sensibilizzazione e l'educazione delle comunità locali riguardo al comportamento dei lupi e le strategie di coesistenza pacifica sono fondamentali, ma sarebbe anche necessario rimuovere gli individui confidenti.
La crescita della popolazione dei grandi predatori e i loro crescenti movimenti verso aree più urbanizzate suggeriscono una possibile revisione delle probabilità di interazioni — e talvolta conflitti — con gli esseri umani: a seguito dell’aumento di rischi e incidenti in ambito urbano, cambierà la sensibilità e l’approccio al problema.

Giulia con il suo gatto Hopek e un coniglio

Nel libro parli anche di conservazione delle razze domestiche caratteristiche delle varie zone, anche quando sono diventate poco convenienti dal punto di vista produttivo. Ritieni che siano comunque da mantenere in esistenza? E come si può fare, se gli allevatori hanno intenzione di puntare su razze più produttive?

Sicuramente esiste un aspetto che viene già menzionato nel libro, ovvero gli sforzi di mantenere la biodiversità zootecnica e in particolare queste razze rustiche autoctone non è soltanto una questione di preservazione culturale o ecologica, ma si configura, strategicamente, come un vero e proprio "piano di back-up". In un'epoca caratterizzata da incertezze globali, tra cui le fluttuazioni economiche e le crisi ecologiche, l'idea di affidarsi esclusivamente a razze super produttive, che pur offrendo alti rendimenti sono estremamente delicate e dipendenti da interventi umani intensivi, potrebbe rivelarsi a lungo termine una strategia rischiosa. L'importanza di preservare tali razze diventa ancora più evidente in un mondo globalizzato, dove la diffusione di pandemie e altre crisi sanitarie può essere accelerata proprio dalla mancanza di diversità genetica.

Un esemplare della razza suina Mora romagnola

Un caso diverso può essere quello di alcune razze di cani. Nel libro tu ricordi che alcune razze di cani a muso corto hanno problemi di respirazione. Di recente un articolo del “Guardian” ha riferito un appello (peraltro non nuovo) a non scegliere cani con questa caratteristica per contribuire a una riduzione dell'allevamento e commercio. Cosa ne pensi?

Qui nel Regno Unito da alcuni anni noi veterinari sosteniamo  intense campagne di sensibilizzazione.
I problemi di salute di queste razze a muso corto sono molti. Innegabili i problemi di respirazione, poiché hanno una ridondanza di tessuti molli mentre il cranio è piccolo. Quindi abbiamo palato molle lungo, narici strette, tutto ingombra il passaggio d’aria. I cani quando devono disperdere calore, a differenza nostra che sudiamo, ansimano. Immagina uno di questi animali nello sforzo immenso che fa per ansimare,  finisce invece per produrre più calore. Quindi vedo spesso questo genere di animali in emergenza, vuoi per colpi di calore estivi, vuoi per polmonite ab ingestis. Poi ci sono le ulcere corneali, perché hanno gli occhi sporgenti. Le dermatiti tra le pieghe della pelle. Poi ci sono problemi ortopedici, spinali. Insomma, sono cani fatti male.
Esiste tuttavia qualcosa di più profondo che si riflette nelle forme e nell'estetico: le caratteristiche neoteniche del brachicefalo (ovvero quelle che ricordano l'infante umano) stimolano in noi il desiderio di proteggere, il Nobel ed etologo Konrad Lorenz scriveva che “gli esseri umani provano un particolare affetto per animali dagli aspetti infantili: occhi grossi e tondi, un piccolo viso rispetto al cranio grande, la mascella poco sviluppata”. In questo contesto, ho dedicato un intero capitolo ai cani brachicefalici, iniziando dal profondo affetto che i loro proprietari provano per loro, per poi passare ad un'analisi più critica basata sulle mie conoscenze cliniche veterinarie.
Nel Regno Unito il fenomeno dei cani cosiddetti brachicefali (a muso corto) ha avuto un calo sensibile nell’ultimo anno. Penso dunque che stiamo andando nella giusta direzione, e che bisogna continuare a sensibilizzare. In futuro si potrebbe considerare l'eliminazione di tali razze, ma forse è una soluzione troppo radicale. Forse un’altra strategia più equilibrata potrebbe essere quella di spingere per una maggiore revisione degli standard di razza, promuovendo individui sani con forme anatomiche funzionali, combattendo seriamente il fenomeno del “backyard breeding” ovvero quello degli allevatori illegali, che vendono i cuccioli senza pedigree, e quindi non sono sottoposti ad alcun tipo di controllo.

Giulia in abiti da lavoro.

Un tema che accende molti animi: la sperimentazione animale.

Nel mio libro esploro un ambito piuttosto atipico della sperimentazione animale, che include studi su bombi, api, pulcini e pesci arcieri e zebrati. Il laboratorio del professor Vallortigara, dove ho avuto l'opportunità di osservare queste ricerche, si dedica principalmente allo studio della mente animale. In particolare, una delle linee di indagine si concentra su quello che potrebbe essere considerato l'a priori kantiano nel contesto cognitivo degli animali: strutture preesistenti che regolano il processo cognitivo. Questo suggerisce che la mente, sia animale che umana, non è una tabula rasa alla nascita; piuttosto, l'apprendimento tramite esperienza avviene solo perché il sistema nervoso è già predisposto con strutture che lo facilitano.  Il libro affronta anche il classico tema di cosa sia un modello scientifico e  le normative rigorose che regolano la sperimentazione animale, riflettendo su come lo statuto morale degli animali possa variare notevolmente a seconda del contesto. Per esempio, se i ricercatori tenessero ipoteticamente un pesce arciere come semplice animale ornamentale in una boccia di vetro spoglia, potrebbero portare avanti  le loro osservazioni senza particolari intralci, in maniera molto simile a quello che faceva Lorenz. Tuttavia, la situazione cambia drasticamente quando questi stessi pesci sono utilizzati in esperimenti comportamentali all’interno di un laboratorio. In questi casi, la legislazione richiede che i ricercatori specifichino il "livello di sofferenza" inflitto agli animali, con "lieve" come limite inferiore, comunemente associato al dolore di una puntura di ago. Questo solleva questioni complesse: come valutare la sofferenza di un animale che non viene neppure toccato? Esiste dunque una discrepanza notevole nel modo in cui gli animali sono percepiti e trattati in base alla categoria a cui appartengono.
La normativa italiana si basa anche una concezione profondamente sbagliata quando parla di “sviluppo neurologico superiore o inferiore” è più corretto dire che i cervelli si sono sviluppati in maniera differente a seconda delle possibilità, e che tutti si sono ugualmente evoluti.

Un altro tema che ti è valso qualche flame: gli animali nei circhi. Qual è la tua valutazione sulla situazione degli animali già presenti nei circhi e sull'opportunità o meno di proseguire ad averli?

In merito alla questione degli animali nei circhi, la posizione che sostengo è fermamente ancorata a un approccio pragmatico e basato su evidenze. Occorre riconoscere che gli animali cresciuti all'interno dei circhi si trovano in una situazione particolare, in cui la loro ricollocazione potrebbe non essere la soluzione ottimale.  Sul fronte scientifico, è essenziale richiamare l'attenzione sulla necessità di studi non compromessi da interessi esterni. Le decisioni sul futuro degli animali dei circhi devono basarsi su ricerche sul benessere degli animali condotte con integrità, evitando quei conflitti che hanno in passato portato a risultati di dubbia autenticità, come emerso su Witness Directory (An expert witness on foxhunting and animal welfare accused of “misrepresenting science” - 2018, 31 agosto) e su “The Telegraph” (Foxhunting prosecution professor “misrepresented science” - 2018, 11 agosto) e in Twisting the science to ban animals with circuses, in “Journal of the Elephant Managers Association”, 29(2), pp. 65-67 di Ted Friend. Si parla del prof. Stephen Harris, le cui review sui circhi sono state criticate dagli scienziati citati nella stessa review che hanno condotto gli studi di campo nei circhi.  Nonostante questo, le review di Harris sono ancora impiegate per portare avanti il divieto degli animali dei circhi, ignorando quello che dicono le ricerche di campo.
Sulla base delle review di Harris, la Federazione dei Veterinari Europei (FVE) raccomandava l’eutanasia agli animali del circo che non potessero essere riallocati nei santuari e nei centri di
recupero (NB: non ci sono review sul welfare animale che valutano queste ultime strutture).

L'occhio dell'elefantessa Buba (citata nel libro).

Nel libro fai riferimenti non solo alla letteratura scientifica, ma citi anche altre opere. Quali romanzi con animali consigli?

Come romanzi puri di animali suggerisco il classico “Creature grandi e piccole” di James Herriot e “ lo zoo di Roma” di Pascal Janovjak, che seppure sia un romanzo ha degli elementi molto accurati dal punto di vista storico. Ma consiglio anche alcuni saggi che tengono un tono abbastanza narrativo,  che mi son piaciuti molto, come “Ascesa e Caduta dei dinosauri” di Stephen L. Brusatte e “Darwin va in città: Come la giungla urbana influenza l'evoluzione” di Menno Schilthuizen, parlano esperti che navigano con passione nel proprio campo. Poi abbiamo alcuni libri difficili da catalogare, un mix di biografie/autobiografie e saggi come  “I pesci non esistono” di Lulu Miller, che traccia un parallelismo tra la sua vita complicata e la tassonomia, e poi “L'arte di collezionare mosche” di Fredrik Sjöberg, che è pure divertente, un entomologo che colleziona sirfidi e parla di Malaise, che ha inventato la famosa trappola per catturare insetti. Infine abbiamo una biografia “La signora dello zoo di Varsavia” di Diane Ackerman di cui mi ha stupito, oltre che la capacità narrativa, la sensibilità della scrittrice nei confronti degli animali e la fine descrizione dei loro comportamenti, tanto che mi sembrava di essere tornata a visitare il circo.

Qual è il tuo animale preferito?

I gatti, per la personalità e la loro intrinseca eleganza, i capibara per la natura tranquilla e socievole.

 Petteri, gatto di Giulia.

Grazie a Giulia per l'intervista (e per le immagini)!